Amministrazione di sostegno e diritto di scegliere: la storia di Nino e il valore della libertà fino all’ultimo giorno

Ci sono storie che vanno oltre il diritto. Storie in cui le norme diventano strumenti per proteggere qualcosa di più grande: la dignità, la libertà, il diritto di scegliere anche quando il tempo a disposizione è poco. Questa è la storia di Nino, nome di fantasia. Un uomo moldavo di poco più di cinquant’anni, arrivato in Italia anni fa, costruendo una vita fatta di lavoro, relazioni e sacrifici. Poi, improvvisamente, la malattia.

Tutto è iniziato con un tumore al fegato, poi le metastasi. Oggi la malattia ha colpito anche i polmoni e i medici sono stati chiari: la prospettiva di vita è limitata a pochi mesi. Quando l’ho incontrato era accompagnato da un’amica che faceva da interprete. Non parlava bene italiano ma non era necessario.

Ci sono richieste che si comprendono al di là delle parole: Nino non mi ha parlato della sua malattia, non mi ha chiesto aiuto per questioni economiche ma mi ha detto una cosa sola: “Voglio tornare in Moldavia. Voglio finire lì la mia esistenza.”

Amministrazione di sostegno: uno strumento da adattare alla persona

Nino era sottoposto ad amministrazione di sostegno. Una misura che serve a tutelare le persone fragili, affiancandole nelle decisioni più complesse ma la sua situazione poneva una domanda fondamentale: era davvero necessario mantenere quella misura?

Spesso si tende a pensare che l’amministrazione di sostegno sia una soluzione automatica, valida per tutte le persone malate o in difficoltà. Non è così. La legge è chiara: l’amministratore di sostegno deve intervenire solo quando la persona non è in grado di provvedere ai propri interessi e questo non coincide automaticamente con una malattia, anche grave.

Nel caso di Nino, i certificati medici erano inequivocabili. Provenivano dal reparto di chirurgia oncologica del Policlinico di Bari e attestavano che l’uomo era perfettamente lucido, in grado di comprendere, decidere, gestire se stesso nella quotidianità: la sua era una fragilità fisica, non mentale. Allora la domanda diventava inevitabile: perché limitare la sua libertà?

Il rischio di un uso improprio dell’amministrazione di sostegno

L’amministrazione di sostegno è uno strumento prezioso ma, proprio per questo, va usato con attenzione. Quando viene applicato senza una reale necessità, rischia di trasformarsi da tutela a ostacolo. Nel caso di Nino, la misura non solo non era più utile ma rischiava di impedirle di realizzare l’unica cosa che desiderava davvero: tornare nel suo Paese.

Non si tratta solo di un viaggio, si tratta di un ritorno alle origini, agli affetti, alla propria lingua, alla propria terra. Un bisogno profondo, che nessuna misura giuridica dovrebbe comprimere senza una ragione concreta.

Il ruolo dell’amministratore di sostegno: ascoltare prima di decidere

Il punto centrale dell’amministrazione di sostegno è uno: mettere la persona al centro. Non decidere al posto suo ma aiutarla a esprimere la propria volontà. Non sostituirsi ma affiancare. Nel caso di Nino, il mio ruolo è stato quello di ascoltare e tradurre quella volontà in un percorso giuridico concreto.

Ho presentato al giudice un’istanza di revoca dell’amministrazione di sostegno precedente, allegando tutta la documentazione sanitaria e rappresentando con chiarezza la situazione. Un uomo lucido, consapevole, sostenuto da una rete sociale forte, che chiedeva solo di poter scegliere.

La forza della rete: quando la comunità fa la differenza

C’è un elemento che rende questa storia ancora più significativa: nino non è solo. Accanto a lui c’è la comunità moldava, unita, presente, concreta. Gli amici che lo accompagnano alle visite, che traducono, che la sostengono nelle decisioni. In un contesto del genere, l’amministrazione di sostegno non deve sostituire la rete ma valorizzarla. Deve diventare uno strumento di coordinamento, non di isolamento.

Quando esiste una comunità attiva, il compito dell’amministratore è ancora più delicato: trovare equilibrio tra tutela e autonomia, tra protezione e libertà.

Diritto di scegliere, anche alla fine della vita

La storia di Nino ci porta a riflettere su un tema spesso evitato: il diritto di scegliere come vivere l’ultima fase della propria vita. L’amministrazione di sostegno non può e non deve impedire queste scelte. Può intervenire solo quando la persona non è in grado di comprenderne le conseguenze ma quando la consapevolezza c’è, quando la volontà è chiara, allora il diritto deve fare un passo indietro e lasciare spazio alla persona.

Tornare nel proprio Paese, ricevere le cure nel proprio contesto culturale, circondarsi delle persone care: sono scelte che appartengono alla sfera più intima dell’individuo. Negarle, senza una reale necessità, significherebbe negare una parte della sua identità.

Amministrazione di sostegno: proteggere senza limitare

Questa storia dimostra, ancora una volta, che l’amministrazione di sostegno è uno strumento flessibile: non è una gabbia, non è una condanna, non è una limitazione automatica della libertà. È un mezzo per accompagnare la persona fragile, rispettandone le scelte, anche quando sono difficili, anche quando riguardano momenti estremi della vita.

Nel caso di Nino, la tutela passa proprio dalla restituzione della libertà, dalla possibilità di tornare a casa, dalla possibilità di chiudere il proprio percorso dove sente di appartenere e questo, in fondo, è il senso più profondo del mio lavoro.

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