Amministrazione di sostegno e tutela economica: come proteggere il beneficiario da influenze indebite

Uno degli aspetti più delicati dell’amministrazione di sostegno è quello che riguarda le influenze esterne, anche perchè non sempre il rischio arriva da sconosciuti, a volte è dentro casa. Seguo da tempo una donna del 1978, che chiamerò Laura, nome di fantasia. È una persona sola, con un lieve ritardo mentale. Non parliamo di una incapacità grave ma di una fragilità concreta: Laura fatica a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, soprattutto quando si tratta di denaro.

Ha una pensione, qualche risparmio messo da parte e una parte di patrimonio che gestisco io come amministratrice di sostegno. Non vive in condizioni di bisogno ma ha sempre avuto una tendenza a spendere con leggerezza.

Farmaci da banco acquistati in quantità eccessive, prodotti sempre della fascia più costosa, spese superflue che, prese singolarmente, possono sembrare innocue ma che, nel tempo, rischiano di erodere anche un patrimonio solido. Fin qui potremmo parlare di semplice disordine economico ma c’era un elemento in più.

Laura ospita in casa una cugina. L’accordo iniziale era chiaro: la cugina avrebbe partecipato alle spese, dividendo almeno le bollette e contribuendo alla gestione della casa. Nella realtà, questo non è mai avvenuto. La cugina non pagava nulla, né luce, né gas, né spese comuni e, soprattutto, esercitava su Laura un’influenza evidente. Laura è una persona dal carattere difficile ma profondamente suggestionabile, finiva per fare tutto ciò che la cugina suggeriva, anche quando questo significava spendere di più.

Il problema della beneficiaria di amministrazione di sostegno

Il problema più serio, per me che svolgo il ruolo di amministratore di sostegno, era un altro: diventava quasi impossibile distinguere le spese personali di Laura da quelle fatte anche nell’interesse della cugina. La spesa alimentare, ad esempio, veniva fatta quasi sempre “per due”. Ma come verificare con certezza? Come stabilire cosa fosse davvero necessario per Laura e cosa invece fosse conseguenza di una dinamica sbilanciata?

L’amministrazione di sostegno non serve solo a pagare bollette o firmare documenti. Serve a tutelare la persona fragile anche da situazioni che, pur non configurando necessariamente un reato, rischiano di compromettere la sua stabilità economica e la sua autonomia.

Mi sono resa conto che la situazione non poteva essere gestita solo con richiami o raccomandazioni. I soldi, anche quando sono molti, non sono infiniti e il mio dovere è proteggere Laura nel tempo, non solo nell’immediato. Così ho deciso di rivolgermi al giudice tutelare.
Ho rappresentato con chiarezza la situazione: le spese elevate, la mancanza di contribuzione della cugina, l’influenza esercitata su Laura, il rischio concreto di una progressiva erosione del patrimonio.

La soluzione al problema della beneficiaria di amministrazione di sostegno

La soluzione proposta è stata semplice ma efficace: chiedere al giudice di fissare un tetto massimo di spesa mensile, calibrato sulle reali esigenze di Laura. Un limite non punitivo ma protettivo, un confine chiaro oltre il quale non si può andare senza autorizzazione.

Questo provvedimento ha avuto un duplice effetto: da un lato ha messo ordine nella gestione economica, rendendo trasparente ogni uscita; dall’altro ha ridimensionato l’influenza della cugina, perché le risorse non erano più liberamente accessibili oltre una certa soglia.

È importante chiarire un punto: l’amministrazione di sostegno non è una gabbia, non è un modo per togliere libertà.
È uno strumento flessibile, che si adatta alle necessità della persona e, in questo caso, la necessità non era vietare a Laura di spendere ma aiutarla a farlo in modo sostenibile e consapevole.

La fragilità non è sempre evidente, non sempre si manifesta con incapacità totali o con diagnosi gravi. A volte è una difficoltà nel valutare le conseguenze, nel dire di no, nel distinguere tra affetto e condizionamento e il compito dell’amministratore di sostegno è proprio questo: affiancare, vigilare, intervenire quando necessario. Anche quando l’intervento significa chiedere al giudice di fissare un limite, per garantire alla persona fragile un futuro sereno.

Perché proteggere non significa controllare ma prevenire.

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