Amministrazione di sostegno: due casi di quando la rete familiare e sanitaria fa la differenza

Una delle convinzioni più radicate — e più sbagliate — è che l’amministratore di sostegno debba occuparsi solo degli aspetti economici e burocratici. Niente di più lontano dalla realtà.

Chi, come me, svolge questo ruolo con responsabilità e consapevolezza, sa bene che la cura di un beneficiario fragile non si misura solo in scadenze, firme e rendiconti. Si misura nella rete umana che si riesce a costruire attorno a quella persona e quella rete ha due nodi fondamentali: la famiglia e la struttura sanitaria che lo accoglie.

Nel mio lavoro ho vissuto esperienze molto diverse tra loro, ma due casi in particolare mi hanno fatto riflettere su quanto faccia la differenza lavorare in sintonia… o nella totale assenza di dialogo.

Il primo caso riguarda la signora Maria (nome di fantasia), ospite di una struttura residenziale nel Barese. Quando ho assunto l’incarico come amministratrice di sostegno, ho trovato una situazione quasi ideale: la direzione sanitaria collaborativa, il personale attento, ma soprattutto una famiglia presente.

Le figlie e i nipoti di Maria la visitano almeno due volte a settimana. C’è un gruppo WhatsApp con aggiornamenti, richieste, condivisioni di piccoli progressi e momenti critici. Ognuno fa la sua parte e Maria, pur con i suoi limiti di salute, ha una qualità della vita dignitosa e affettuosa, fatta di piccole cose, ma fondamentali.

Il secondo caso, purtroppo, è stato molto diverso. Un beneficiario ricoverato da mesi in una struttura sanitaria dove nessuno, né i familiari né la struttura stessa, sembravano realmente occuparsene. Nessun dialogo, nè riferimento medico o controllo da parte dei parenti.

Mi sono accorta, nel tempo, che qualcosa non andava: trascuratezza, segnali di malessere non considerati, silenzi pesanti. Alla fine, sono stata costretta a rivolgermi al giudice tutelare, chiedendo un intervento formale perché il beneficiario aveva bisogno di maggiori attenzioni, e da sola non potevo più garantire un’azione efficace.

Questa storia ha un messaggio molto chiaro: l’amministrazione di sostegno funziona davvero solo quando si lavora insieme. L’amministratore, la struttura, i familiari: non compartimenti stagni, ma un’unica rete attiva, che si parla, si ascolta, si supporta.

E no, non è solo una questione economica. Le criticità che viviamo ogni giorno con le persone fragili riguardano la salute, l’umore, la dignità, le relazioni. A volte un’assenza affettiva pesa più di mille carenze materiali.

Il mio compito, come amministratrice di sostegno, è anche quello di tenere insieme i fili, di accorgermi quando qualcosa si sta spezzando, e di intervenire. Ma nessuno può farcela da solo. Ecco perché credo che ogni famiglia dovrebbe sapere che l’amministrazione di sostegno non è una delega totale, ma un’occasione per restare accanto, in modo nuovo, a chi ha più bisogno.

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