Amministrazione di sostegno, quando non serve

Non tutte le fragilità sono uguali e non sempre un provvedimento, per quanto ben intenzionato, è la risposta giusta. Lo dico da avvocata, non da amministratrice di sostegno, e lo dico pensando a una vicenda che mi ha coinvolta profondamente.

La protagonista si chiama Luciana, ha settantotto anni, vive a Bari e ha tre figli. Due di loro, Anna e Roberto, si sono rivolti a me quando hanno scoperto che il terzo fratello, Pietro, aveva ottenuto la nomina di un amministratore di sostegno per la madre.

Luciana, però, non è affetta da alcuna patologia invalidante. Gestiva con lucidità il suo patrimonio, si occupava delle sue spese, manteneva una vita sociale attiva e — cosa per me decisiva — non si riconosceva per nulla nel ruolo di “beneficiaria” fragile.

Quando l’ho incontrata per la prima volta, Luciana mi ha detto:

“Mi vogliono proteggere, ma da cosa? Da me stessa?”

Da qui è cominciato il nostro lavoro insieme: un lavoro legale, certo, ma anche umano. Abbiamo impugnato il decreto che disponeva l’amministrazione di sostegno e siamo riusciti a far sentire la voce di Luciana. Perché è questo il punto: ogni provvedimento che riguarda la persona, va preso ascoltandola. Davvero.

A supporto della nostra tesi, ho portato anche una recente ordinanza della Corte di Cassazione (del 17 settembre 2024), che ricorda un principio fondamentale:

“L’amministrazione di sostegno è uno strumento volto a proteggere la persona in tutto o in parte priva di autonomia, senza mortificarla e senza limitarne la capacità di agire se non nella misura in cui ciò sia strettamente indispensabile.”

Questo vuol dire che non basta una preoccupazione generica o il desiderio di un familiare per far scattare l’amministrazione di sostegno. Serve un’attenta valutazione, l’ascolto della persona, anche con l’assistenza del proprio avvocato. Serve agire nell’esclusivo interesse del diretto interessato che può anche voler dire: nessun provvedimento.

Il giudice, in questo caso, ha accolto le nostre ragioni. Ha riconosciuto la piena autonomia di Luciana, la sua volontà di continuare a gestire in prima persona le sue scelte e il proprio patrimonio, e ha revocato la nomina dell’amministratore di sostegno.

È stato un momento importante. Per Luciana, che si è sentita di nuovo padrona della propria vita, e per i suoi figli, che hanno potuto ristabilire un equilibrio familiare più rispettoso. E anche per me, perché ho potuto dare voce a una donna che non aveva bisogno di protezione, ma solo di fiducia.

L’amministrazione di sostegno è uno strumento prezioso ma va usato con misura, con competenza e, soprattutto, mai contro le volontà della persona coinvolta, a meno che non ci siano motivi davvero gravi e documentati. A volte, proteggere significa anche fare un passo indietro.

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